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“È stanco, ma non dorme”: quando il corpo del bambino non riesce ancora a rallentare

Sonno e sviluppo psicomotorio sono strettamente collegati. Nei primi anni di vita il bambino cresce, sperimenta, acquisisce nuove competenze e impara gradualmente a regolarsi. Anche il sonno può risentire di tutti questi cambiamenti.

 

Sono le 21.30.

Il pigiama è già indossato, la storia è stata letta e le luci sono basse. Il bambino è stanco: sbadiglia, si strofina gli occhi, sembra non avere più energie.

Eppure, proprio quando arriva il momento di dormire, succede qualcosa. Si alza. Corre. Chiede un bicchiere d’acqua. Vuole un’altra storia. Ride, protesta, si arrabbia. Sembra improvvisamente pieno di energia. E il genitore, spesso stanco a sua volta, pensa: “Ma se sei così stanco, perché non dormi?” È una domanda comprensibile. Ma forse possiamo provare a guardare questa situazione da un’altra prospettiva: un bambino può essere stanco e, contemporaneamente, avere difficoltà a rallentare.

 

Quando la stanchezza non coincide con la calma

Per noi adulti può sembrare naturale: arriva la sera, siamo stanchi, ci mettiamo a letto e ci prepariamo a dormire. Per un bambino, soprattutto nei primi anni di vita, il passaggio dalla veglia al sonno può essere molto più complesso. Il bambino sta ancora costruendo le proprie capacità di regolazione. Attraverso la crescita e, soprattutto, attraverso la relazione con l’adulto, impara gradualmente a riconoscere i propri stati, a modulare il proprio livello di attivazione e a passare dal movimento alla quiete.

Ecco perché essere stanchi non significa necessariamente essere già pronti a dormire. A volte il corpo è affaticato, ma il livello di attivazione è ancora alto. Il risultato può essere proprio quello che tanti genitori conoscono bene: un bambino che, invece di rallentare, sembra accelerare.

 

Il corpo racconta molto

Come psicomotricista, quando osservo un bambino, il corpo è una delle chiavi attraverso cui posso comprendere ciò che sta vivendo. Il bambino comunica continuamente attraverso il movimento. Corre, salta, si lascia cadere, cerca il contatto, si allontana, si agita, rallenta. Anche il momento del sonno può essere osservato attraverso questa lente. Non per trovare una spiegazione unica a ogni difficoltà, ma per provare a comprendere come quel bambino passa dall’attivazione alla calma.

Ci sono bambini che hanno bisogno di molto movimento durante la giornata. Altri che arrivano alla sera sovraccarichi di stimoli. Altri ancora che fanno più fatica nei momenti di passaggio: interrompere il gioco, salutare un genitore, lasciare un’attività, andare in camera o separarsi dall’adulto.

E poi ci sono bambini che stanno attraversando una fase di grandi conquiste. Imparare una nuova abilità, acquisire maggiore autonomia, sperimentare nuovi movimenti o vivere importanti cambiamenti può significare anche attraversare un periodo di maggiore attivazione.

 

Il bambino cresce. E il suo sonno cresce con lui.

Nei primi sei anni il bambino cambia rapidamente.

Non cambia soltanto il suo modo di dormire. Cambia il suo corpo, cambia il modo in cui si muove, crescono le sue competenze linguistiche e cognitive, aumentano le esperienze sociali.

Diventa progressivamente più autonomo e più consapevole di ciò che vuole. Il sonno si inserisce dentro questo processo di crescita. Per questo può capitare che una modalità che sembrava funzionare per mesi, improvvisamente, non sia più sufficiente.

Non significa automaticamente che sia comparso un “problema”. Può essere semplicemente un momento in cui vale la pena fermarsi e osservare nuovamente il bambino, perché nel frattempo è cresciuto e qualcosa è cambiato.

 

“Devo stancarlo di più?”

È una delle prime domande che può venire in mente. Ma stancare il bambino il più possibile non è necessariamente la risposta. Il movimento è fondamentale per lo sviluppo psicomotorio e il bambino ha bisogno di poter esplorare, giocare e sperimentare. Allo stesso tempo, ha bisogno di fare esperienza di momenti diversi: l’azione e la pausa, il movimento e la quiete, l’esplorazione e il raccoglimento. L’obiettivo, quindi, non è arrivare alla sera con un bambino “sfinito”. È accompagnarlo gradualmente verso un livello di attivazione che possa favorire il riposo.

 

La sera comincia molto prima del letto

Il momento dell’addormentamento non è una parentesi separata dal resto della giornata. Per questo può essere utile osservare anche ciò che succede prima. Come sono i ritmi della giornata? Il bambino ha avuto la possibilità di muoversi liberamente? Ha avuto momenti di pausa? Come vive i cambiamenti da un’attività all’altra? E ancora: quanto tempo gli serve per passare dal gioco a un momento tranquillo? Quali esperienze sembrano aiutarlo a rallentare?

Non sono domande a cui esiste una risposta uguale per tutti. Sono, però, domande che possono aiutare il genitore a conoscere meglio il proprio bambino e a comprendere quali siano le sue specifiche modalità di regolazione.

 

Una routine non è una gabbia

Quando si parla di sonno, la parola “routine” può far pensare a una sequenza di regole da seguire perfettamente. In realtà, una routine può essere molto più semplice. È soprattutto prevedibilità.

Sapere che dopo il bagno arriva il pigiama, che poi c’è una storia, che le luci si abbassano e che arriva il momento della nanna può aiutare il bambino a comprendere che la giornata sta cambiando ritmo.

Non è necessario che ogni sera sia identica. La vita familiare non è una tabella. Ci saranno giornate diverse, serate più difficili, viaggi, malattie, feste e imprevisti. L’obiettivo non è la perfezione, ma offrire al bambino alcuni riferimenti che possano aiutarlo a orientarsi e a prepararsi gradualmente al momento del riposo.

 

E l’adulto?

C’è un’altra persona da osservare quando parliamo di sonno: il genitore.

Accompagnare un bambino che fatica ad addormentarsi, sera dopo sera, può essere molto faticoso.

Quando siamo stanchi, è naturale desiderare che tutto finisca rapidamente. E quando il bambino continua a muoversi, chiedere, protestare o chiamarci, possiamo sentirci impotenti, frustrati o semplicemente esausti.

Non c’è nulla di sbagliato in questo. Anche il genitore ha bisogno di essere sostenuto.

Il sostegno alla genitorialità parte proprio da qui: non dalla ricerca del genitore perfetto, ma dalla possibilità di comprendere ciò che sta accadendo e di trovare modalità realistiche e sostenibili per quella specifica famiglia.

 

Non esiste un bambino “che non vuole dormire”

Quando diciamo “non vuole dormire”, rischiamo di fermarci al comportamento. Possiamo invece provare a fare un passo indietro e chiederci che cosa sta succedendo nel suo corpo. Quanto è attivato? Sta attraversando un cambiamento? Come vive il passaggio dall’attività alla calma? Di che cosa ha bisogno dall’adulto in quel momento?

Queste domande non danno necessariamente una soluzione immediata, ma possono cambiare il modo in cui guardiamo il bambino.

E spesso è proprio da un’osservazione più attenta che può iniziare un percorso di cambiamento.

 

Il sonno non è solo “dormire”

Il sonno è parte dello sviluppo.

E lo sviluppo è fatto anche di corpo, movimento, emozioni, relazione e progressiva autonomia.

Per questo, quando un bambino fa fatica ad addormentarsi, può essere utile non guardare soltanto l’orologio o il numero dei risvegli, ma il bambino nella sua globalità. Perché dietro quel bambino che alle 21.30 corre ancora per casa potrebbe non esserci un bambino che “non ha sonno”. Potrebbe esserci un bambino stanco che non ha ancora trovato il modo di rallentare. E in quel momento, più che chiedergli di fermarsi, possiamo chiederci: “Come posso aiutarlo a farlo?”

 

Il mio sguardo professionale

Come psicomotricista specializzata nel sostegno alla genitorialità, consulente del sonno 0-6 anni ed educatrice del gesto grafico, accompagno bambini e genitori nella comprensione dei bisogni legati allo sviluppo, alla regolazione e al sonno, con uno sguardo attento alla storia e alle caratteristiche di ogni famiglia.