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Il problema non è quel che sembra

Sempre più spesso i figli vengono descritti come “difficili”, “fragili”, “troppo sensibili”, “oppositivi” o “disattenti”. Quando qualcosa non funziona, lo sguardo si posa subito su di loro, sul comportamento, sulle emozioni che sembrano eccessive, sulle reazioni che non riusciamo a contenere.

È comprensibile soprattutto quando si è stanchi, preoccupati o confusi, ed è naturale cercare una spiegazione immediata. Forse si ricercano soluzioni veloci e utili per gestire il disagio del momento.

Eppure, molto spesso, il problema non è quel che sembra.

Nella mia esperienza incontro figli che non stanno male perché sono fragili, ma perché sono estremamente capaci di adattarsi. Si adattano a ritmi adulti, a richieste incoerenti, a giornate piene, a genitori che fanno del loro meglio ma che a loro volta sono sotto pressione. Il loro disagio non è un difetto da correggere, ma un segnale che qualcosa, nel contesto in cui crescono, fatica a reggere.

Quando un figlio manifesta difficoltà, il comportamento diventa un linguaggio: ci dice qualcosa che spesso non riesce a essere espresso a parole.

Esprime quel “è troppo”, “non ce la faccio”, “ho bisogno di confini”, “ho bisogno di presenza”. In questo senso, il figlio non è il problema, ma l’indicatore di un sistema che sta chiedendo attenzione.

Oggi chiediamo ai figli moltissimo e a volte non ci mettiamo in discussione. Chiediamo loro di sapersi calmare, di gestire le emozioni, di adattarsi ai cambiamenti, di essere resilienti. Pretendiamo come scontate autoregolazione, flessibilità, maturità. Raramente ci fermiamo a chiederci se stiamo offrendo strumenti reali per allenare queste competenze, e soprattutto se noi adulti siamo in grado di incarnarle nella quotidianità.

Qui emerge una verità che può fare male, ma che apre possibilità di cambiamento: non si può chiedere regolazione a chi cresce immerso in adulti e contesti dis-regolati. Non per colpa, ma semplicemente per dinamica.

I figli imparano ciò che vivono, non ciò che viene spiegato.

L’educazione emotiva non è parlare di emozioni, né insegnare a controllarle. È creare esperienze in cui le emozioni possono essere attraversate in sicurezza. È fondamentale sentire che qualcuno regge, anche quando loro non ce la fanno. Quando questo non accade, i figli trovano comunque un modo per adattarsi: alcuni diventano iper-compiacenti, altri si chiudono, altri ancora esplodono. Non perché non siano capaci, ma perché stanno sostenendo più di quanto sia giusto per la loro età.

Per questo è importante spostare lo sguardo. Non per togliere responsabilità, ma per rimetterla nel punto giusto. Il lavoro non è “aggiustare” i figli, ma accompagnare gli adulti a leggere ciò che sta accadendo a un livello più profondo. Quando cambia lo sguardo del genitore, cambia anche il clima emotivo in cui i figli crescono. Il comportamento smette di essere un nemico da combattere e diventa un messaggio da comprendere.

Quando un adulto impara a reggere, a rallentare, a stare, il figlio non ha più bisogno di alzare la voce per essere visto. Quando l’adulto cambia e cresce, il figlio può finalmente smettere di adattarsi e iniziare a essere.

Prendersi cura dei figli oggi significa anche prendersi cura di chi se ne prende cura. Significa riconoscere che crescere non è un percorso solitario e che chiedere supporto non è un fallimento, ma un atto di responsabilità.

I figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di adulti presenti, capaci di mettersi in discussione e di crescere insieme a loro.

Forse la domanda più importante, allora, non è “cosa non va in mio figlio?”, ma un’altra, più scomoda e più utile:

mi sto prendendo cura di come educo i miei figli?

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